Autocritica: quando criticare se stessi può essere costruttivo

Autocritica: quando criticare se stessi può essere costruttivo

Autocritica: quando criticare se stessi può essere costruttivo

Letteralmente, la definizione linguistica del termine autocrìtica indica una “Critica rivolta a sé stesso, al proprio operato o al proprio operare; anche, in uno scrittore, in un artista, la coscienza critica che egli ha del proprio lavoro o che esercita sul proprio lavoro.”

Da sempre l’atto critico può distinguersi in un’operazione sana e costruttiva o in un atto distruttivo. Infatti, sia la critica all’altro sia quella a noi stessi può avere effetti molto diversi in base alle modalità utilizzate.

Una critica è costruttiva se pone l’attenzione su un aspetto che ignoriamo o trascuriamo e che potremmo migliorare. Il suo obiettivo principale è orientarci o darci una struttura di riferimento per migliorare il nostro comportamento o il modo di pensare.

In questi termini l’autocritica sana si rivolge a propri comportamenti o atteggiamenti che possono essere cambiati nell’ottica di un miglioramento globale del nostro benessere e del nostro equilibrio relazionale con gli altri. L’autocritica positiva apre poi le porte a riflettere su alternative comportamentali da poter attuare in futuro. Un esempio di critica costruttiva può essere “Sono stato un po’ troppo impulsivo ieri. Chiederò scusa”, “Ho avuto un atteggiamento troppo aggressivo. La prossima volta vorrei evitare di urlare” “Non è utile che mi tenga dentro sempre ciò che penso. Devo imparare a essere più chiaro con gli altri”.

L’autocritica fatta in questo modo non porta l’individuo ad un auto-svilimento ma al contrario produce un aumento dell’autostima proprio perché parte dal presupposto di essere in grado di migliorare positivamente i propri comportamenti. Questo processo non escluse però che il soggetto possa sperimentare sentimenti di vergogna o colpa, se pur transitori, perché essi fanno parte della normale accettazione dei propri errori e della possibilità di giudicare negativamente il proprio operato da più punti di vista. L’autocritica costruttiva quindi non deve produrre unicamente emozioni piacevoli, anzi. Troppo spesso infatti dimentichiamo che i processi di crescita e maturazione personale necessitano al loro interno di esperienze e sentimenti considerati ‘scomodi’ (tristezza, senso di colpa, vergogna) ma che invece ci muovono all’auto-analisi necessaria per poter evolvere. Non dimentichiamo infatti che un esito fondamentale della critica positiva è proprio quello di spingere la persona ad interrogarsi sul comportamento avuto e a capirne i motivi, passo importante per promuovere il cambiamento (“Sono stato aggressivo perché in fondo temo la critica”).

Una critica è distruttiva quando:

-Fornisce giudizi di valore sulla persona

-Genera una chiusura senza fornire alternative

-Genera sentimenti di umiliazione e svilimento

-Usa spesso un tono accusatorio e non empatizza con l’altro.

L’autoritica “patologica” è quella che viene rivolta in modo ripetuto e decontestualizzato verso se stessi e il proprio modo di essere globale con etichette generalizzate (“Sono un buono a nulla”, “Sono sempre il solito vigliacco”, “Faccio letteralmente schifo”) che producono sentimenti cronici di vergogna e inadeguatezza, senza produrre possibilità di auto-riflessione costruttiva.

In ambito psicoterapico spesso il lavoro si rivolge spesso alla riduzione del criticismo interiorizzato, inteso come una tendenza della persona ad un costante autorimprovero pervasivo ogni qual volta si commette un errore o non si risponde a degli standard autoimposti. L’iper-criticismo autodiretto si associa a perfezionismo, inflessibilità e elevati standard prestazionali. Inoltre questa tendenza al criticarsi sempre in modo pervasivo ed inflessibile sembra essere strettamente collegata anche a disturbi psicopatologici conclamati come depressione, ansia e disturbi alimentari, dove l’autocriticismo risulta essere un grosso fattore di mantenimento della scarsa autostima e dei sentimenti di incapacità ed inferiorità spesso presenti in questi pazienti.

Se l’autocritica eccessiva può portare a conseguenze dannose per l’equilibrio psicologico ed il benessere interno dell’individuo, .anche l’assenza totale di autocritica è altrettanto disfunzionale. L’incapacità di mettere in discussione in modo costruttivo i propri atteggiamenti sulla base delle conseguenze che essi hanno è indice di scarsa autoriflessività, intolleranza alle frustrazioni ma anche di mancanza di empatia nei confronti del prossimo.

Concludendo, di che cosa abbiamo bisogno oggi come persone che mirano al proprio benessere senza voler rinunciare a migliorarsi nelle proprie difficoltà?

In questa ottica, l’autocritica non è un’operazione da dover sempre e comunque demonizzare. Può essere salutare, costruttiva e spingere alla crescita personale. E questo messaggio vale soprattutto oggi: in una società in cui oscilliamo continuamente tra l’aspra polemica all’assoluta giustificazione in un’alternanza di poli opposti dove nessuna di tali posizioni risulta essere matura e consapevole.

Dott.ssa Claudia Carraresi – Psicologa, Psicoterapeuta

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