La teoria polivagale: caratteristiche e utilità in psicoterapia

La teoria polivagale: caratteristiche e utilità in psicoterapia

La teoria polivagale: caratteristiche e utilità in psicoterapia

 

Sebbene non sia l’unica modello proposto dalla comunità scientifica riguardante il controllo neurale della variabilità della frequenza cardiaca (Smith, Thayer, Khalsa, & Lane, 2017; Thayer & Lane, 2000; 2009), la teoria polivagale di Stephen Porges, ha saputo integrare al suo interno i processi di auto-regolazione legati agli aspetti sociali (Porges, 2001) ed è stata quindi in grado di collegare la mediazione delle emozioni da parte del nervo vago col mondo relazionale degli esseri umani. Soprattutto per questo motivo è stata di particolare aiuto per i clinici al fine di riuscire a comprendere, e a concettualizzare in maniera appropriata, i vissuti e le reazioni di difesa dei sopravvissuti alle esperienze traumatiche, come umiliazioni, bullismo, abbandono, lutto, violenza domestica, incidenti, gravi malattie, interventi chirurgici, solo per fare alcuni esempi.

La teoria polivagale mette al centro il concetto di sicurezza e il rispetto della neurocezione (che ha la funzione di rilevare il pericolo, in assenza di consapevolezza) degli esseri umani, soprattutto di coloro che possano aver avuto esperienza di pregressi accaduti traumatici (Porges, 2007). Purtroppo, come rileva Porges, sono molti i contesti della nostra società in cui vi è scarsa (o nessuna) attenzione alla sensazione di sicurezza di persone che possono trovarsi in difficoltà, dal modo in cui vengono progettate le strutture ospedaliere, al modo in cui viene approcciato il trattamento di bambini con bisogni educativi speciali o autismo (Porges et al., 2014; 2013).

Il non rispetto della neurocezione e la presenza di pericolo percepito nell’ambiente, limita la possibilità di riuscire a negoziare la sicurezza e la probabilità di utilizzo del sistema di coinvolgimento sociale dell’individuo, che si avvale dell’utilizzo della via vagale ventrale parasimpatica mielinizzata, evolutivamente più recente e posseduta unicamente dai mammiferi. Questa via, potendo fare affidamento su vie nervose mielinizzate a conduzione elettrica più rapida, agisce da “freno vagale”, ossia agisce un’inibizione vagale sul cuore a livello di regolazione della frequenza cardiaca e riduce la probabilità di dover ricorrere a reazioni di difesa evolutivamente più antiche. All’interno dello stato fisiologico ventro-vagale siamo anche in grado di attivare in maniera congiunta il sistema simpatico, ad esempio durante il gioco, o il sistema dorso-vagale durante i comportamenti legati all’amore e all’affetto, sviluppando la capacità di immobilizzarci senza paura. In questo caso il sistema simpatico e il sistema dorso-vagale non sono reclutati per le risposte di difesa e possono svolgere le loro naturali funzioni fisiologiche, per questo sia il gioco che ricevere amore e affetto sono di fondamentale importanza nel bambino durante lo sviluppo poiché, in questo modo, ha la possibilità di co-regolare il suo stato fisiologico con la figura di attaccamento e avrà la possibilità di sviluppare la capacità di auto-regolare sia il sistema simpatico che quello dorso-vagale all’interno del sistema di coinvolgimento sociale.

In presenza di pericolo e di una condizione di sicurezza non negoziabile, invece, il sistema di coinvolgimento sociale si disattiva e dobbiamo ricorrere a strategie di difesa gerarchicamente più antiche, a livello evolutivo. Per prima cosa, ricorriamo ai sistemi di attacco/fuga, mediati dal sistema simpatico. Se grazie all’utilizzo di queste strategie è avvenuto un ripristino della sicurezza nell’ambiente, potremmo anche essere in grado di riattivare il sistema di coinvolgimento sociale in tempi piuttosto rapidi. Il sistema nervoso dei mammiferi è, infatti, ben cablato per muoversi agevolmente tra questi due sistemi. Nel caso in cui non abbiano successo nemmeno le strategie di difesa legate al sistema simpatico, e si configuri, quindi, una situazione ambientale di possibile minaccia di vita, il nostro sistema nervoso è costretto a reclutare le difese gerarchicamente ancora più antiche a livello evolutivo, e ricorre alle difese implementate dal nucleo dorsale del nervo vago, attraverso vie nervose non mielinizzate. Le reazioni dorso-vagali producono bradicardia e apnea, mediano le risposte comportamentali involontarie di spegnimento, immobilizzazione e svenimento e rappresentano l’anticamera della dissociazione. Non è così semplice fuoriuscire dagli stati dorso-vagali, probabilmente anche a causa delle sue vie non mielinizzate.

Questo ventaglio di risposte è ben presente nei sopravvissuti al trauma e la teoria polivagale è stata di enorme aiuto nell’aiutare i clinici a riconoscere e comprendere queste reazioni nei loro pazienti e, soprattutto, nell’aiutare le persone a comprendere come il loro corpo avesse messo in atto delle reazioni eroiche in risposta ad eventi così gravosi. È spesso il feedback sociale, in risposta alla messa in atto di questo tipo di strategie di difesa, che determina, lungo lo sviluppo, l’appraisal negativo su sé stessi e, vista la natura involontaria di questo tipo di risposte, il circolo vizioso tende a mantenersi. Molte terapie standard impiegano frequentemente i trattamenti di esposizione, ingaggiando una sfida (inizialmente necessaria nei casi di acuzie) contro i sistemi di difesa del paziente, non tenendo in considerazione il suo stato fisiologico e rischiando di veicolare implicitamente al paziente il messaggio che il suo comportamento, o lui come persona, finora è stato inadeguato e che necessita di cambiare. Secondo Porges, piuttosto che combattere i sistemi di difesa, è necessario aiutare il paziente a sviluppare comprensione e rispetto verso il proprio corpo e le risposte che è stato in grado di mettere in atto che gli hanno consentito di sopravvivere. Questa visione è assimilabile ad un’ottica di mente compassionevole (Gilbert, 2015). Solo attraverso l’adozione di uno sguardo compassionevole verso la parte di sé che ha messo in atto quelle risposte di difesa si è veramente in grado di promuovere la riduzione delle difese dorso-vagali, e di quelle messe in atto dal sistema simpatico al fine di massimizzare la probabilità di non ricadere negli stati dorso-vagali. Solo dopo questo passaggio la persona sarà in grado di attuare veramente un’esplorazione non giudicante ed una riconnessione più autentica al proprio corpo (Bartels-Velthuis et al., 2016). Come ribadisce più volte Porges, l’80% delle fibre vagali sono sensoriali, quindi il tipo di risposta a uno stesso stimolo, e i pensieri ad esso associati, sono condizionati pesantemente dallo stato fisiologico dell’individuo. Per cui la promozione della consapevolezza interocettiva a livello metacognitivo (Garfinkel & Critchley, 2013; Garfinkel, Seth, Barrett, Suzuki, & Critchley, 2015) può risultare di grande aiuto in diverse tipologie di pazienti, come nel disturbo ossessivo-compulsivo (Vaghi et al., 2017; Yoris et al., 2017), nell’ipocondria (Krautwurst, Gerlach, & Witthöft, 2016; Melli, Bailey, Carraresi, & Poli, 2017) e nell’anoressia nervosa (Ambrosecchia et al., 2017; Badoud & Tsakiris, 2017; Berner et al., 2018). Può inoltre risultare utile inserire questi interventi all’interno di un intervento EMDR in cui siano presenti la fase di installazione delle risorse e del posto sicuro al fine di promuovere l’equilibrio autonomico, la stabilità emotiva e lo sviluppo di una nuova memoria implicita positiva che funzioni da baseline interiore in grado di riorganizzare la percezione, le sensazioni, il comportamento e di promuovere l’accesso alle funzioni metacognitive superiori (McCraty & Zayas, 2014).

Nonostante durante la promozione dello sviluppo di un’ottica compassionevole nel paziente si attuino primariamente interventi top-down, come sottolineato da Porges, e durante un intervento EMDR possano prevalere quelli di tipo bottom-up, la loro distinzione è puramente arbitraria ed, al massimo, utile ad indicare il canale di accesso, ma l’invito è sicuramente quello di adottare una visione integrata (Berntson, Gianaros, & Tsakiris, in press; Duquette, 2017) e di coltivare un senso di rispetto per il corpo, le sue reazioni e le sue necessità, così come per svariati secoli (e tutt’ora) vi è stato per il pensiero.

 

Andrea Poli

Psicologo – Psicoterapeuta

 

RIFERIMENTI

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Badoud, D., & Tsakiris, M. (2017). From the body’s viscera to the body’s image: Is there a link between interoception and body image concerns? Neuroscience and Biobehavioral Reviews, 77, 237–246. http://doi.org/10.1016/j.neubiorev.2017.03.017

Bartels-Velthuis, A. A., Schroevers, M. J., van der Ploeg, K., Koster, F., Fleer, J., & van den Brink, E. (2016). A Mindfulness-Based Compassionate Living Training in a Heterogeneous Sample of Psychiatric Outpatients: a Feasibility Study. Mindfulness, 7(4), 809–818. http://doi.org/10.1007/s12671-016-0518-8

Berner, L. A., Simmons, A. N., Wierenga, C. E., Bischoff-Grethe, A., Paulus, M. P., Bailer, U. F., et al. (2018). Altered interoceptive activation before, during, and after aversive breathing load in women remitted from anorexia nervosa. Psychological Medicine, 48(1), 142–154. http://doi.org/10.1017/S0033291717001635

Berntson, G. G., Gianaros, P. J., & Tsakiris, M. (2018). Interoception and the autonomic nervous system: bottom-up meets top-down. In M. Tsakiris & H. De Preester (Eds.), Mind and Interoception. New York, NY: Oxford University Press.

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Garfinkel, S. N., Seth, A. K., Barrett, A. B., Suzuki, K., & Critchley, H. D. (2015). Knowing your own heart: distinguishing interoceptive accuracy from interoceptive awareness. Biological Psychology, 104, 65–74. http://doi.org/10.1016/j.biopsycho.2014.11.004

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Vaghi, M. M., Luyckx, F., Sule, A., Fineberg, N. A., Robbins, T. W., & De Martino, B. (2017). Compulsivity Reveals a Novel Dissociation between Action and Confidence. Neuron, 96(2), 348–354.e4. http://doi.org/10.1016/j.neuron.2017.09.006

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