“ La vita è tutta un gioco " Giochiamo...

“ La vita è tutta un gioco " Giochiamo...

“ La vita è tutta un gioco ” Giochiamo…

 

“ Si può scoprire di più su una persona in un’ora di gioco che in un anno di conversazione”

Platone

Appena si parla di gioco o si pensa al gioco, nel nostro immaginario, appaiono infinite immagini che ci riportano al

mondo del bambino e al nostro esser stati bambini.

Che significato diamo al gioco? Come interpretiamo il giocare?

Perchè noi essere umani giochiamo?

Il gioco è un fenomeno complesso e poliedrico, che sostanzialmente sfugge alle definizioni, ha sempre costituito una sfida di grande interesse per tutte le scienze umane e risulta tutt’oggi un oggetto di approfondita riflessione: dalla visione del gioco come futile divertimento si è passati nell’ambito degli studi e delle ricerche di antropologia culturale, di psicologia dello sviluppo, di psicoanalisi e in campo educativo a una diversa concezione del gioco, ovvero: libera attività creatrice attraverso la quale l’ individuo trasforma la realtà secondo le sue esigenze interiori, realizza le proprie potenzialità e si rivela a se stesso e agli altri attivando il processo di costruzione della propria personalità.

In particolare grazie agli studi e alle ricerche in campo psicologico e psicanalitico da parte di Piaget, Erikson, Vygotsky, Freud, Klein, Winnicott siamo riusciti a dare un significato prezioso al gioco attribuendogli una spinta vitale nel percorso di crescita dell’essere umano.

Piaget ha messo l’ accento sulla funzione di assimilazione che si sviluppa nel giocare per cui le strutture mentali tendono a piegare la realtà alle proprie forme e ai propri scopi attraverso l ‘imitazione e le regole.
Il gioco, secondo Piaget, è legato ai vari livelli di sviluppo intellettuale e affettivo: quindi, ad ogni età corrisponde un tipo di attività ludica diversa.
Dallo stadio senso-motorio (zero – due anni), allo stadio pre-operatorio (due – sette anni) fino allo stadio operatorio (8- 12 anni) assistiamo allo sviluppo cognitivo, affettivo e sociale dell’individuo. All’inizio ogni volta che il bambino gioca apprende un nuovo schema tende a riprodurlo senza un preciso scopo ma per puro piacere. Crescendo passa al gioco simbolico che segna un passaggio fondamentale nello sviluppo dell’intelligenza, insieme al linguaggio verbale e all’imitazione differita, diventa espressione del pensiero e della rappresentazione mentale. Fino ad arrivare nell’ultimo stadio al gioco che si adatta alla realtà e assume un valore sociale (gioco con regole).

Anche Erikson, individua tre aree di gioco che si collocano in successione temporale diversa e stabiliscono un differente rapporto con la realtà esterna.
Il gioco infantile rappresenta una forma, assunta nell’infanzia, della capacità dell’uomo di trattare con l’esperienza per mezzo della creazione di situazioni modello e di controllare la realtà per mezzo dell’esperienza e della pianificazione.

Vygotsky mette l’ accento sull’ immaginazione connessa al linguaggio e l’ interazione sociale. Egli ritiene che il gioco costituisce la molla fondamentale dello sviluppo, in quanto consente al bambino di liberarsi dai limiti situazionali della prima infanzia e di agire sulla base delle idee più che delle cose, ciò che contano per lui non sono le proprietà dell’oggetto stesso, ma i significati di cui può essere investito.
Il gioco così assume una valenza educativa: nel gioco infatti, svolge un ruolo decisivo il compagno esperto adulto o bambino. L’interazione con un adulto o con un partner più esperto fornisce al bambino un’impalcatura di sostegno che lo aiuta in una costruzione cognitiva nuova.

La prospettiva psicoanalitica ha esplorato la dimensione emozionale del gioco. In tale prospettiva il gioco viene considerato sia come analizzatore degli affetti, delle emozioni e dei conflitti, attraverso i quali il bambino costruisce la propria identità, sia come motore di crescita, in quanto favorisce lo sviluppo delle competenze atte a gestire l’emotività.
Il gioco rappresenta una funzione dell’Io che consente al bambino di controllare le inevitabili difficoltà inerenti al crescere e al diventare adulto. I bambini ripetono nel gioco tutto quello che nella vita reale ha suscitato in loro una forte impressione; diventano per così dire padroni della situazione. Per esempio:
Se un bambino ha paura del lupo, giocherà ad essere il lupo: identificandosi con l’animale controllerà il timore e quindi potrà meglio liberarsene. Quando invece giocherà ad essere il padre o la madre, egli si identificherà non per paura, ma per amore: dunque ci si identifica tanto con chi si ama quanto con chi si teme.

Centrale è il simbolismo in cui si intrecciano pulsioni e rappresentazioni; aspetto sottolineato in particolare da Melanie Klein che lo ha utilizzato come strumento di espressione per i piccoli pazienti con funzioni analoghe alle libere associazioni dell’adulto. Il gioco, secondo l’autrice, è veicolo di vissuti inconsci, strumento di mediazione con la realtà, di liberazione dalle tensioni conflittuali e grazie alla sua capacità di elaborare creativamente l’esperienza consente di esperire l’interesse e la curiosità per il mondo esterno in relazione ai desideri, ai timori e alle fantasie dei bambini.

La spinta verso il gioco è data da un’ oscillazione tra paura e rassicurazione, che è stata approfondita anche dal grande psicoanalista infantile D.Winnicott, secondo il quale l’atteggiamento ludico è il prototipo dell’esperienza creativa e della costruzione dell’identità. L’attitudine a creare si stabilisce infatti in un’esperienza condivisa di gioco in cui il bambino trova il Sé attraverso la scoperta dell’altro. Lo spazio in cui si svolge questo processo di graduale “acquisizione” della realtà è un’area dell’esperienza che Winnicott chiama “area dell’illusione” o “ area transizionale” che coincide sostanzialmente con “l’area del gioco”. Quando il bambino accede a questo spazio, accetta la separazione dalla madre e, spesso, nel tentativo di elaborare l’angoscia della separazione, si serve di “oggetti-ponte”: oggetti che servono a legare l’esperienza del Sé all’esperienza precedente di totale dipendenza dalla madre, gli “oggetti transizionali”.

Il gioco grazie al contributo di tutti questi autori ed altri che non sono stati citati assume un’importanza fondamentale nella vita stessa del bambino, un’attività serissima grazie alla quale continua la scoperta-conoscenza di sé e del mondo che lo circonda. Si muove, si ferma, cammina, salta, corre, cade, afferra ed usa oggetti, poi li lascia, poi li mette insieme. Nel giocare in libertà fa esperienza di emozioni intense molto diverse tra loro: ride, si diverte, si arrabbia, grida, piange, vive più facilmente tutti gli stati d’animo del momento.

Alcuni bambini guidano altri seguono, alcuni amano travestirsi altri preferiscono il pallone.
Il gioco è possibile in qualsiasi luogo o momento; per il bambino si tratta di un universo parallelo di fantasia e immaginazione in cui può entrare quando gli pare e piace. Tutti noi proviamo e abbiamo provato un attrazione istintiva, primordiale per il gioco.
Fin dalla nascita ci siamo stupiti, sorpresi, meravigliati delle nostre scoperte, abbiamo assaporato il gusto del piacere e della curiosità. Perchè l’ uomo ad un certo punto della sua esistenza tende ad abbandonarlo?
Io mi chiedo: dove và a finire tutta questa attività, che cresce e fiorisce dentro di noi verso l’età di due – tre anni, percorre tutte le fasce d’ età dalla fanciullezza, della pre – adolescenza, entra nell ‘età dell’ adolescenza fino ad arrivare all’età adulta? Perchè si smette di giocare se così importante?
A me piace pensare che se il gioco esprime in sé tutta la nostra genialità e capacità di trasformazione, noi tutti stiamo ancora giocando e tutto quello che l’ uomo sviluppa nella vita non è altro che un gioco che inizia con l’esplorazione del suo corpo, continua con l’esplorazione di sé nel mondo e finisce con la sua vita….
La mia riflessione sui processi di crescita mi porta a prendere in considerazione che l’ entrata nel mondo dei “Grandi” ci porta a creare una scala di valori per poter cercare ognuno il proprio posto nella società. Siamo chiamati a domandarci: Quanto valiamo? Sono all ‘ altezza della situazione? Siamo bravi a sufficienza?
La ricerca delle risposte a queste domande rischia di attribuire al gioco una valenza sbagliata.
Un attività priva della sua reale importanza e quindi una semplice attività rilegata al mondo del bambino e svalutata nel suo essere fondamentale per l’esistenza. Tanto da poter giustificare il suo abbandono e pensare a cose più serie per esempio: il lavoro. Come se questa attività dell’uomo fosse così distante, lontana e diversa dall’essenza del gioco con il rischio di non potersi integrare mai. In realtà per lavorare l’uomo ha bisogno della sua creatività, dell’immaginazione per poter progettare ciò che vuole realizzare nella realtà che lo circonda. Questo processo abbiamo visto essere presente nell’attività del gioco.
Credo che le cause che hanno portato l’ adulto ad abbandonare “l’ arte del gioco” siano da ricercare nella strutturazione di schemi mentali, di rappresentazioni di se stesso, del proprio mondo interno e del suo essere nel mondo a tal punto da condizionare la parte più autentica e libera che vive dentro ognuno di noi: il nostro bambino interiore. Costringendo l’uomo a sentirsi alienato e a far sentire inutile il bambino mentre esprime se stesso e la sua costruzione attraverso la sua forma artistica : il gioco.
Per esempio pensare al gioco spontaneo, libero, come ad un momento di confusione, dove non ci sono regole né struttura, è un errore che nasce dalla posizione adulto – centrica, la quale guarda al bambino e al suo modo d’essere con i parametri d’azione e di pensiero di un adulto attribuendogli su una scala di valori, un valore inferiore al suo proprio modo di agire. Nell’educazione adulto-centrica di oggi, i bambini vivono le regole e l’ordine come istanza imposta dall’esterno, dall’adulto, che spesso sono costretti ad accettare passivamente, senza la possibilità di un vero confronto.
Percependo così un messaggio di svalutazione di loro stessi come non capaci, non all’altezza di saper giocare.
Per gli adulti, gioco significa tempo libero, ma per i bambini si tratta di un vero e proprio lavoro.
A differenza degli adulti loro amano il loro lavoro e raramente desiderano un giorno libero, al contrario i grandi non vedono l’ ora di avere un giorno libero dagli impegni.
Così spesso bambini e adulti sembrano abitare due mondi radicalmente diversi anche se coesistono all’interno dello stesso percorso di crescita.

In realtà possiamo pensare che il gioco sia un continuum che integra questi due mondi, un ponte, sul quale l’essere umano può attraversare la propria vita e trasformare la sua esistenza in ogni momento che lo desidera.
Un luogo magico e immaginario, dove ognuno di noi può essere davvero se stesso… liberando il proprio bambino interiore.

Dott. Manuel Del Sante

Psicologo, Psicoterapeuta, Psicomotricista, Psicologo esperto in psicologia dello sport

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