Le due facce della paura all’epoca del covid-19: fobia e negazione

Le due facce della paura all’epoca del covid-19: fobia e negazione

Le due facce della paura all’epoca del covid-19: fobia e negazione

La paura al tempo del covid-19

La paura, assieme al disgusto, la tristezza, la rabbia e la gioia, fa parte delle emozioni umane cosiddette “di base”. Sono tutte emozioni fondamentali, che costituiscono le vere e proprie condizioni indispensabili alla sopravvivenza della specie.

La paura, in particolare, ha rivestito e riveste tuttora un ruolo fondamentale a livello evoluzionistico perché costituisce lo stato d’animo col quale l’uomo ha imparato a decodificare il pericolo.

Di fronte ad un pericolo, infatti, il cervello induce la produzione di adrenalina e questo ci prepara, a livello corporeo, a rispondere alla minaccia tramite azioni innate come l’attacco o la fuga (fight or flight). Qualora queste due reazioni non fossero possibili, il sistema nervoso autonomo, ricorre ad innescare risposte ancora più “basiche” e primitive: il freezing ed il faint.

Il freezing è un’immobilità tonica: l’essere vivente sembra appunto congelato, e questo permette di non farsi vedere dal “predatore” mentre si valuta quale strategia (attacco o fuga) sia la più adatta per la situazione specifica. Quando nessuna di queste strategie sembra avere qualche possibilità di riuscita, l’unica ed estrema risposta possibile è il faint, ossia una brusca riduzione del tono muscolare accompagnata da una disconnessione fra i centri superiori e quelli inferiori. E’ una reazione molto estrema, si manifesta come una simulazione di morte, ovviamente automatica e non consapevole, perché in genere i predatori preferiscono prede vive.

Al di là di queste risposte automatiche di origine primitiva, qualora la minaccia non sia imminente e acuta, la paura può manifestarsi con risposte fisiologiche, comportamentali e cognitive meno estreme. La persona può apparire agitata, tesa, irrequieta a livello corporeo o al contrario immobile e irrigidita; i pensieri sono spesso idee automatiche e poco strutturate del tipo: “Oddio, che succede? Com’è possibile? Non ce la farò” e le azioni più comuni sono l’allontanamento immediato, la richiesta di aiuto oppure il tentare di reagire con le proprie forze modificando la fonte della minaccia, qualora sia possibile.

E’ abbastanza intuitivo quindi quanto lo stato emozionale di paura connesso a queste reazioni abbia protetto l’uomo dai pericoli imminenti. Questi pericoli, primitivamente rappresentati dai predatori, oggi possono essere rappresentati da un più ampio e più complesso set di inneschi: la perdita del lavoro, una malattia, anche un fenomeno di massa come quello che stiamo vivendo nella pandemia da covid-19 attualmente in corso. In particolare, la situazione pandemica rientra in una condizione non più acuta ma di cosiddetto stress cronico perché la fonte del pericolo è costantemente presente da mesi nelle nostre vite. Nonostante per noi esseri umani esistano mezzi per fronteggiare adeguatamente l’attuale minaccia, questo non ci tutela totalmente dal costante senso di incertezza verso la propria ed altrui incolumità. Questa sovra esposizione alla minaccia (anche sostenuta dall’informazione mediatica!) assieme a variabili soggettive che vedremo in seguito, può portare a sviluppare risposte di allarme non più fisiologiche e funzionali ma bensì patologiche.

Due forme disfunzionali ed estreme della paura

Se le reazioni di paura tendono ad accrescere di intensità e durata, le manifestazioni possono arrivare a generale una sofferenza soggettiva costante e una ricaduta in termini di qualità di vita. In questo caso si può parlare di vera e propria fobia.

Quando parliamo di fobia, ci riferiamo ad un tipo particolare di attivazione, sproporzionata rispetto alla situazione, con livelli di intensità e durata molto maggiori della paura fisiologica e transitoria. La fobia tendenzialmente:
– non può essere contenuta con argomenti razionali;
– va al di là del controllo volontario;
– non va incontro ad adattamento ed abituazione;
– ostacola il normale svolgimento delle attività di vita perché tende a cronicizzarsi e a generalizzarsi ad un numero crescente di situazioni.

Secondo i criteri diagnostici del DSM – 5 (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, 5th Edition; APA, 2013) la diagnosi di Fobia Specifica è definita da:

A. Paura o ansia marcate verso un oggetto o situazione specifica.
B. La situazione o l’oggetto fobici provocano quasi sempre immediata paura o ansia.
C. La situazione o l’oggetto fobici vengono attivamente evitati oppure sopportati con attivazione o ansia intense.
D. La paura o l’ansia sono sproporzionate rispetto al reale pericolo rappresentato dall’oggetto o dalla situazione specifici e al contesto socioculturale.
E. La paura, l’ansia o l’evitamento sono persistenti e durano tipicamente 6 mesi o più.
F. La paura, l’ansia o l’evitamento causano disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento dell’ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti.
G. Il disturbo non è meglio spiegato dai sintomi di un altro disturbo mentale.

Riferendoci alla situazione pandemica attuale, proviamo ad immaginare una persona che, ben oltre lo shock iniziale generato dal fenomeno, abbia cronicizzato nel tempo una serie di manifestazione di paura che – fisiologiche in un primo momento – possano essersi mantenute in modo intenso e continuato nei mesi successivi. Una persona del genere potrebbe, ad esempio, vivere per gran parte della giornata un costante senso di tensione e iperattivazione somatica, stanchezza cronica e disturbi del sonno; pensare di continuo alla possibilità di ammalarsi oppure rimuginare sul da fare per evitare il “contatto” col virus e mettere in atto comportamenti estremi (pulizie di oggetti, abiti, evitamento totale di contatti interpersonali) nettamente più rigidi e generalizzati di quelli richiesti dalle buone norme di prevenzione della diffusione del virus, consigliate dall’Istituto Superiore di Sanità.

Al polo opposto di questa manifestazione estremamente accesa e ben riconoscibile di paura, se ne colloca una più subdola: la negazione. Il termine negazione in psicologia si riferisce ad uno specifico meccanismo di difesa intrapsichico che determina una compromissione dell’esame di realtà.

Nella formulazione di stampo psicoanalitico originaria, Freud nel 1925 descrisse la negazione come una delle difese inconsce messe in atto dal soggetto nei confronti di contenuti mentali angosciosi o inaccettabili. Progressivamente, così come è accaduto per altre parole del linguaggio freudiano, il termine ha assunto una connotazione più ampia e ne sono stati messi a fuoco diversi specifici meccanismi.

Attualmente, si parla di negazione per indicare il rifiuto, consapevole o inconsapevole, di accettare propri comportamenti, emozioni e pensieri ma anche fatti, informazioni o, più in generale, qualsiasi dato di realtà. Ovviamente, l’uso continuativo e generalizzato della negazione interferisce con la possibilità di risoluzione di un problema sul piano di realtà; per cui questo meccanismo è in genere gravemente disadattativo e disfunzionale.


In realtà, la negazione può avere valenze anche adattive quando è utilizzata dal soggetto per garantire il mantenimento del proprio equilibrio psichico in contesti emotivamente complessi e percepiti come minacciosi. In particolare, è piuttosto frequente che si attivi in risposta a esperienze di vita molto stressanti, come gli eventi traumatici o luttuosi.

In particolare, la negazione viene considerata una delle fisiologiche fasi che ci permette di fronteggiare un lutto, soprattutto nel caso di perdita improvvisa. In questa fase, che in genere segue immediatamente la scomparsa del proprio caro, la realtà risulta così intollerabile da dover essere rifiutata e le persone tipicamente reagiscono con affermazioni come “Non può essere successo, non è possibile”. Alla luce di questo esempio, appare chiaro come la negazione possa essere un’iniziale reazione a qualsiasi evento critico troppo doloroso e/o minaccioso. Potrebbe accadere anche nel caso di una diagnosi di grave malattia: il soggetto può “rifiutare” di accettare aspetti particolarmente angosciosi e comportarsi, almeno inizialmente, come se non fosse accaduto niente di così “catastrofico”.  Si tratta, anche in questo caso, della negazione transitoria di alcuni elementi dell’esperienza il cui verificarsi non esclude affatto la possibilità che il trauma venga poi affrontato adeguatamente e gradualmente superato. La risposta al trauma prevede, infatti, un processo complesso caratterizzato da fasi e tempi di adattamento necessari per una piena presa di consapevolezza ed integrazione del significato dell’evento.

Le classiche fasi di risposta ad un evento stressante sono:

1) Fase di shock: prevalgono senso di estraneità, irrealtà, disorientamento spazio-temporale. In questa fase infatti prevale una reazione acuta che costituisce un meccanismo che consente di mantenere un certo distacco dall’evento ed attutirne l’impatto iniziale.

2) Fase dell’impatto emotivo: si possono provare una serie di emozioni quali tristezza, colpa rabbia, paura ed ansia; inoltre possono svilupparsi anche somatizzazioni (es., disturbi gastro intestinali e cefalee) e ci può essere una certa difficoltà a recuperare la calma.

3) Fase di fronteggiamento: il soggetto tenta di riorganizzarsi e ci si comincia ad interrogare sull’accaduto cercando delle spiegazioni.

Vediamo quindi come meccanismi di negazione, senso di irrealtà e di distacco emotivo sono parte naturale di una prima fase di risposta all’evento acuto e, in forma transitoria, aiutano il soggetto e proteggersi da un impatto emotivo che potrebbe essere “troppo intenso” da sostenere nell’immediato. I problemi e la disfunzionalità di questo diniego psicologico si manifestano quando il soggetto persevera in questo meccanismo mentale, tende a ignorare dati di realtà evidenti, ponendo attenzione solo a segnali a conferma della propria ipotesi.

Pensiamo, anche in questo caso, ad un esempio relativo all’evento pandemico in atto. La negazione del fenomeno in un primo momento si è manifestata in modo diffuso nelle menti di ognuno di noi, basti pensare alle classiche frasi che, non solo i comuni cittadini ma anche alcune figure istituzionali hanno usato all’inizio per appellare il fenomeno dilagante: “E’ solo un’influenza”, “Evitiamo di ingigantire l’evento”, “Nel giro di poco tempo torneremo alle nostre vite”. Ben diversa è la manifestazione odierna – a quasi un anno dalla diffusione del virus in Itlia – tipica di alcuni soggetti,  autodefinitisi “negazionisti”. In questi casi c’è un’ostinazione a rifiutare l’impatto del fenomeno e a ignorare dati di realtà, una minimizzazione delle conseguenze dell’evento, fino a veri e propri agiti a rischio, dal non indossare le mascherine fino a palesi atti di “sfida” come creare volutamente assembramenti e contatti con soggetti positivi al virus.

Cosa può spingere una persona a reagire quindi con modalità disfunzionali a questa situazione pandemica che stiamo vivendo?

Anche se può essere difficile immaginarlo, sia la paura eccessiva che sfocia in fobia, sia la negazione completa dell’evento sono entrambe reazioni “bloccate” e non funzionali ad una stessa fase, che è quella di shock. Il soggetto che si mostra terrorizzato dal virus tanto quanto il negazionista più estremo vivono una paura di fondo e probabilmente non si percepiscono “in grado” di fronteggiare l’evento in atto.  Entrambe queste persone hanno bisogno di aiuto, la prima – per superare la fobia – dovrà ridimensionare la propria percezione del rischio, imparare a gestire meglio le manifestazioni di ansia e capire la differenza tra una protezione “adeguata” dal virus ed i comportamenti eccessivamente evitanti che non fanno che aumentare la percezione soggettiva di minaccia. D’altro canto la persona che nega il problema avrà bisogno di essere aiutato a fare un esame di realtà più adeguato, entrare in contatto con i normali sentimenti di smarrimento e paura che si provano di fronte ad un evento così perturbante, infine percepirsi come “in grado” di sostenere queste emozioni che tanto rifugge.

In conclusione, la paura è un’emozione normale e assolutamente utile: solo il suo cronicizzarsi o il volerla evitare a tutti i costi portano dei problemi. E quando ciò accade, assumendo forme persistenti e pervasive, le persone possono incorrere in rischi per la propria salute fisica e mentale. Se l’aiuto di amici e cari non basta per sostenere la persona in difficoltà, è quindi necessario ricorrere ad una consulenza psicologica o psichiatrica specialistica.

Dott.ssa Claudia Carraresi – Psicologa, Psicoterapeuta

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