Le tre del mattino…un romanzo come metafora della psicoterapia

Le tre del mattino…un romanzo come metafora della psicoterapia

Le tre del mattino…un romanzo come metafora della psicoterapia

Non so dire quando cominciò. Forse avevo sette anni, forse qualcosa di più, non ricordo con precisione. Da bambino non ti è chiaro cosa è normale e cosa non lo è. In realtà non ti è nemmeno quando sei adulto, a pensarci bene.”

Così si apre la storia di Antonio il quale racconta le vicende che, dai 7 fino ai 17 anni, lo portano a dover trascorrere due giorni e due notti senza sonno, a Marsiglia, con suo padre.

A 7 anni la diagnosi di epilessia, la separazione dei genitori, un’infanzia e un’adolescenza intaccata dalle deprivazioni della malattia che – negli anni ’70 – erano molte: andare a letto presto e dormire tassativamente non meno di 9 ore per notte, evitare sport di contatto, evitare sforzi fisici ed eliminare caffè e bevande gassate. Antonio cresce con la sensazione di essere un invalido, infastidito dalla compassione altrui, irritato dall’eccessiva cautela con cui viene trattato, vergognandosi della sua condizione. Si apre, dentro di lui la strada verso l’isolamento, l’apatia, la perdita totale di interesse per tutto.

Poi a 14 anni la svolta: una visita specialistica in un centro di Marsiglia dove il professor Gastaut, ridefinisce la diagnosi (epilessia non grave, di tipo idiopatico), la prognosi (positiva) e la cura (molto meno pesante e limitante della precedente) ma soprattutto per la prima volta parla ad Antonio della sua condizione come qualcosa di non totalmente negativo illustrando l’ipotesi di una correlazione tra epilessia e doti artistiche. “L’epilessia, da quando me l’avevano diagnosticata, era stata per me uno stigma di inferiorità, un marchio di infamia da occultare. Il mio mondo interiore subì un movimento di rotazione attorno al proprio asse, come un passaggio dalla notte al giorno, dopo le parole di Gastaut (…). Mi ero sentito un reietto e, d’un tratto, per la medesima ragione materiale, mi sentii quasi un eletto, membro di una categoria speciale di esseri superiori.”

La vita di Antonio finalmente assume una sembianza di normalità: vita sociale, relazioni, sport e tutto colorato da una comunissima “schizofrenia tipica di tutti gli adolescenti: agire per essere uguali e sognare di essere diversi”.

A 17 anni dovrà tornare dal professor Gastaut a Marsiglia: un’ultima visita per valutare – previo superamento di un test finale – se potrà dichiararsi guarito definitivamente. Il test finale – la cosiddetta prova da scatenamento (oggi vietata dalla deontologia medica) – implica il fatto che paziente sia messo in una condizione di stress psicofisico deprivandolo di sonno per 48 ore e sottoponendolo a sforzi fisici e sostanze attivanti (vino e caffè).

Ed ecco che Antonio si ritrova catapultato in una condizione surreale: due giorni e due notti sempre sveglio, in una città sconosciuta, con suo padre…un uomo per lui altrettanto sconosciuto.

Viene a crearsi un’atmosfera magica, dotata di un tempo immobile e di luoghi esotici da esplorare, una condizione irripetibile che permette ai due uomini di incontrarsi forse per la prima volta, interrogarsi e osservarsi a vicenda. In poche parole di darsi una seconda possibilità. La possibilità di creare il rapporto che finora non è mai esistito tra loro.

Antonio scoprirà l’amore del padre per la musica jazz e il suo coraggio di esibirsi in una performance estemporanea. Antonio saprà come si sono conosciuti i suoi genitori e conoscerà dettagli sulla loro relazione, potendo avere finalmente risposte a domande mai fatte. Antonio per la prima volta si sentirà trattato come un uomo adulto da suo padre e sentirà di potersi rivolgere a lui come tale. E da uomo adulto Antonio coronerà questa esperienza con l’incontro di una ragazza e con il primo rapporto sessuale che simbolicamente rappresenta la completa conquista di una vita “normale” sinora mancata.

In questo splendido e breve romanzo di Gianrico Carofiglio, ho trovato molte immagini e passaggi metaforicamente associabili alle fasi del percorso psicoterapeutico.

La psicoterapia, come pratica terapeutica fondata su principi e strumenti psicologici, è un percorso di cura finalizzato al superamento della sofferenza psichica e volto al raggiungimento e mantenimento di un adeguato funzionamento personologico.

Quanto i momenti vissuti dal protagonista del romanzo ripercorrono le fasi evolutive della psicoterapia? Senza voler cadere in banalizzazioni, alcuni dei passi fondamentali di tale percorso di cura implicano:

  • Fare un corretto inquadramento della sofferenza individuale (spesso manifestata con sintomi di natura emotiva). Questo è ciò che il professor Gastaut fa nei confronti della malattia di Antonio, non limitandosi ad una corretta analisi clinica, ma tenendo in considerazione il vissuto del ragazzino. Analogamente, lo psicoterapeuta mira, in prima battuta, a separare il concetto di problema psicologico da giudizi negativi ad esso associati (i.e. Aver un problema di natura emotiva non significa essere malato, strano, matto, debole o insicuro).

  • Rendere l’esperienza soggettiva della persona comprensibile e condivisibile da altri essere umani. È sempre il professor Gastaut il primo medico che domanda ad Antonio cosa ama fare nella vita, si interessa a lui e alle sue passioni e che gli spiega – con parole semplici e chiare – che il suo disturbo è condiviso da altre persone e – tra di esse – anche illustri nomi del passato.

  • Riattivare risorse interne dell’individuo (resilienza). È opinione comune che la cura psicologica, analogamente alle riabilitazioni di tipo medico, sia finalizzata all’eliminazione dei sintomi e al ritorno alle condizione pre-morbosa. Questo “mito” relativo alla psicoterapia è uno dei più scorretti perché esclude totalmente il fatto che il sintomo psicologico sia indice di un disagio nel mondo interno e che la terapia può ottenere qualcosa di più del mero ristabilire la situazione precedente: si mira anzi ad aumentare ed implementare la capacità dell’individuo di fronteggiare le difficoltà. Simbolicamente la cura che Antonio affronta gli permetterà di superare preconcetti sulla sua malattia ma anche di doversi impegnare faticosamente nel percorso affrontando l’ultima prova con responsabilità. Il padre infatti – appena uscito dalla clinica – lo incarica di tenere in tasca le compresse date dal medico per inibire il sonno e di assumerle regolarmente ogni 8 ore. Nonostante Antonio sia quindi un protagonista attivo nella terapia, il padre al contempo non lo lascerà mai solo durante i due giorni e le due notti aiutandolo a non addormentarsi (esattamente come un terapeuta che accompagna il paziente ma lo rende attore principale della cura).

  • Riscrivere la propria storia personale e le interpretazioni dei fatti arricchendole di significati non comprensibili fino a quel momento. Questo passaggio è forse quello al contempo il più complesso ma anche più importante della terapia. Il paziente ha infatti la possibilità di riflettere sulla propria storia di vita e sulle proprie relazioni interpersonali per poter ampliare e arricchire la lettura di eventi e atti con significati meno semplicistici e stereotipati (es., “Gli altri non mi comprendono” “Le persone sono sempre pronte a criticare” “Il mio capo ce l’ha con me”). Allo stesso modo Antonio potrà in quei due giorni darsi la possibilità di osservare veramente la relazione tra sé e suo padre, notare segnali mai visti prima, porsi e porre a lui domande ed evolvere da una posizione di distacco e giudizio verso il genitore ad un atteggiamento di curiosità e vicinanza.

– Balikwas. E’ una parole tagalog, la principale lingua delle filippine. È difficile da tradurre. Significa qualcosa come: saltare all’improvviso in un’altra situazione e sentirsi sorpreso, cambiare il proprio punto di vista, vedere cose che credevamo di conoscere in modo diverso.

Fino a due giorni fa io non conoscevo mi padre, – mormoro senza pensarci su.

Questo è balikwas.”

Nelle ultime pagine del romanzo, l’autore infine lascia qualche riga che potrebbe racchiudere un prezioso messaggio anche per chi, come la sottoscritta, svolge la delicata professione della cura attraverso le parole. “Ci sono occasioni in cui bisogna parlare e non bisogna dare nulla per scontato. Poi ci sono occasioni in cui, invece devi rimanere in silenzio, perché nell’aria c’è qualcosa di impalpabile e prezioso, e le tue parole potrebbero disperderlo in un istante. Sono due concetti semplici. La parte difficile è decidere quando applicare una regola e quando l’altra”.

Claudia Carraresi

Psicologa, psicoterapeuta

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