L'immagine che cura

L'immagine che cura

L’immagine che cura

L’immagine è psiche

(C. G. Jung)

Lo psicoterapeuta, prima ancora di parlare e di ascoltare, osserva. In un setting psicoterapico si considera ogni minimo particolare: il modo in cui il paziente si presenta o saluta, in cui si siede, come si muove, se è rigido, rilassato, se la postura cambierà durante il colloquio clinico, etc. E’ un processo biunivoco, in quanto anche il paziente si troverà a fare lo stesso, in modo più o meno consapevole con il proprio terapeuta. Quest’ultimo si renderà conto e percepirà le sensazioni e le emozioni del paziente utilizzando anche il canale visivo, non solo quello verbale. Possono le emozioni passare anche dagli occhi? A quanto pare sì, o almeno è quello che noi terapeuti e, in particolare, la categoria degli psicoterapeuti sistemici relazionali di cui faccio parte, sostiene. Quindi, se l’accesso emotivo non è necessariamente vincolato alla parola ma segue anche altri canali, perché non sfruttarli ugualmente in un setting psicoterapeutico? In particolare, la scuola da cui provengo (ITFF- Istituto di Terapia Familiare di Firenze) ricorre da sempre all’immagine come veicolo principe nel rapporto terapeuta-paziente. Laddove la parola non arriva, non è sufficiente, ci si avvale di diversi strumenti collegati all’ “immagine” su cui poter lavorare. Non si tratta di un terreno in cui è il terapeuta da solo ad avventurarsi bensì il contrario: è il paziente stesso ad aprire dei varchi sconosciuti, inesplorati ed a permettere noi di poterlo accompagnare tutelandolo nelle sue ricerche e nelle sue scoperte.

Negli ultimi decenni è sempre più evidente il passaggio da quello che viene definito Homo Sapiens ad Homo Videns: da una parte un apprendimento focalizzato sulla lettura, la decodifica di segni (intelligenza sequenziale); dall’altra s’impara guardando, attraverso immagini, video (intelligenza simultanea). Nel caso dell’intelligenza simultaneo, approccio di tipo olistico, vengono trattate contemporaneamente più informazioni. Nel caso dell’Homo Sapiens l’aspetto che tratta le emozioni è mediato, nel caso dell’Homo Videns le emozioni risultano immediate. Basti pensare a quello che può provocare la visione di un quadro come “Guernica” di Pablo Picasso, passeggiare per i giardini de la Reggia di Versailles, trovarsi di fronte al Gran Canyon o al “Cristo Velato” di Giuseppe Sanmartino, alla bambina dal cappottino rosso in “Schindler’s list” o al primo disegno che vostro figlio ha fatto di voi due, insieme. Ciò che viene percepito sul momento è l’emozione immediata di cui sopra, che arriva senza preavviso, in modo diretto, senza filtri e che, spesso, ci fa esclamare “Non so perché ma mi ha emozionato…”. In terapia è su quel perché mal percepito che lavoriamo insieme ai pazienti. La ricchezza dell’utilizzo dell’immagine come tecnica è data proprio dal fatto che le persone riescono a vedersi in modo diverso, come se fossero in grado di dare un volto a ciò che risiede dentro di loro e tutto fosse più chiaro. Quando parlo di chiarezza mi riferisco ad una chiarezza diversa da quella logico-deduttiva: è una chiarezza interna, che si affaccia su quell’universo che non posso vedere ma che sento, che a volte fa male e a volte fa rabbia o entrambe. Attenzione a non pensare che tale immediatezza evocativa non vada in qualche modo mediata, guidata: l’H. Sapiens e l’H. Videns, in tal senso, collaborano. Lasciare infatti a briglia sciolta ciò che non riesco a spiegare e quindi l’intera parte emotiva che scaturisce da ciò che mi trovo di fronte, può essere persino dannoso se non trattato con serietà, da chi, come noi, lavora seguendo questi canali.

Il materiale visivo, simbolico a cui possiamo attingere oggi, è realmente molto vasto. Se da una parte esiste una sorta di criminalizzazione dovuta all’abuso di certi mezzi (basti pensare ad internet, cellulari etc.), dall’altra gli stessi ci consentono di poter ampliare il target con cui lavorare: ad esempio il disegno può essere utilizzato nell’infanzia o in età adulta (se si tratta di una passione personale) ma non è detto che tutti si prestino volentieri a questa esperienza; in caso contrario abbiamo bisogno di impiegare altro. Le immagini sono reperibili ovunque e questo è indubbiamente un vantaggio. La persona non avvezza al disegno o ad una certa manualità potrà avvalersi di altro, anche attraverso quei canali tanto demonizzati citati poc’anzi. Il nemico può, in questo caso, diventare funzionale ed amico.

Il direttore (co-fondatore) dell’Istituto di Terapia Familiare di Firenze, il Professor Rodolfo de Bernart, recentemente scomparso, ha dedicato la propria vita all’utilizzo di varie tecniche sull’immagine e possibili sviluppi. Queste tecniche possono essere sia liberamente gestite e prodotte dai pazienti che dal terapeuta stesso; quest’ultimo però interverrà in entrambi i casi, che sia per mediare, guidare o comunque aiutare il paziente a gestire la tensione emotiva che si può provocare e non solo.

Tra le tecniche ufficiali impiegate (parlo di ufficialità in quanto poi, ogni singolo terapeuta può apportare delle modifiche in base sia al lavoro che sta svolgendo che all’estro personale) ricordiamo:

-Attività grafiche come il disegno (libero, della figura umana, della famiglia, della famiglia fantastica, della casa etc.);

-Disegno congiunto e disegno del cambiamento (ho voluto distinguerlo dalle precedenti in quanto si tratta di una modalità di lavoro svolta non individualmente ma, in terapia familiare, insieme alla famiglia);

-Utilizzo della sabbiera (individualmente o con la famiglia) come “gioco” narrante;

-Creazione di collage (della famiglia, coppia, individuali etc.);

-Creazioni di sculture viventi (coppia, famiglia);

-Test Immagini d’arte (individuale, di coppia);

-Genogramma storico e fotografico (della famiglia, coppia, individuali);

-Utilizzo di film.


Data la vastità e complessità del tema ne citerò solo alcune per dare l’idea dell’utilizzo che ne facciamo durante le sedute psicoterapiche.

Sia il collage che il genogramma fotografico sono esempi del lavoro di ricerca ed approfondimento che il paziente svolge da solo, a casa, e che in seguito viene condiviso con il terapeuta: in seduta vengono date delle prescrizioni, indicazioni su cosa cercare e come lavorare ma sarà la persona stessa a portare il proprio bagaglio scelto, a suo piacimento. Entrambe le tecniche possono essere usate sia in fase diagnostica che di approfondimento, a seconda delle specifiche necessità. Di seguito un esempio di collage presentato in un’esercitazione di gruppo. Come si può intuire non c’è limite alla fantasia ed alla creatività: questo rende ulteriormente il lavoro unico e con uno schema narrativo (visivo) estremamente soggettivo. In tal modo il paziente viene anche alleggerito dal retropensiero di un’eventuale peso legato alla performance da portare a termine, dato che non c’è una modalità giusta o errata di esecuzione, se non quella di produrre quello che ci si sente, nel modo in cui ci si sente.

Il lavoro con le foto, invece, è più articolato: da un lato è vincolato dalle consegne iniziali che vengono fatte ai pazienti, dall’altro permette una certa libertà di movimento narrativo partendo da un’analisi focalizzata su domande circolari (che mettono nella condizione di conoscere il contesto di provenienza del paziente/coppia/famiglia attraverso una diversa lettura delle relazioni), partendo sempre dall’immagine/i di riferimento. A volte si tende a sottovalutare la potenza evocativa di una foto: la foto infatti rappresenta una parte sia reale (relativa ad eventi, fatti, ricordi più o meno nitidi) che simbolica di noi (dietro un abbraccio padre/figlio ci può essere un desiderio di legame perso, il bisogno di comprensione, desiderio di paternità etc.), perciò l’intero processo va trattato con il massimo rispetto ed una profonda delicatezza. Spesso, attraverso queste indagini, si riescono a sbloccare parti di noi difficilmente accessibili. Di solito si tende a lavorare sul trigenerazionale (dimensione storico-evolutiva della famiglia partendo dai nonni) ma, spesso, i nostri pazienti riescono a stupirci portando foto di antenati (pur non avendone, magari, informazioni) e faremmo loro un torto considerandoli marginali; a volte si rivelano parte integrante del proprio sistema familiare interiorizzato: grazie all’immagine, pur sembrando paradossale, è possibile lavorare anche sulle assenze. Sotto, un esempio di fotografie che possono essere portate in seduta. Al contrario del collage però, si tratta di foto riprese da internet (quindi più artistiche che naturali), prive di copyright per ovvie ragioni di riservatezza.

Nel già citato Test sulle immagini d’arte siamo noi a proporre delle immagini ai pazienti durante la seduta, scelte in base alle tematiche che vogliamo affrontare insieme (sono infatti suddivise per categorie create in base a materie di studio del nostro orientamento). Per approfondimenti vedi bibliografia consigliata. A seguire esempi di immagini che possono essere utilizzate durante i nostri percorsi (non fanno parte del test di cui sopra).

Avevo terminato la lista delle tecniche menzionando i film. A volte scegliamo spezzoni da condividere con i pazienti, a volte prescriviamo la visione di film interi. Nella pratica clinica personale ne ho testato l’efficacia soprattutto nei rapporti di coppia. Questo tipo di condivisione è molto utile per riuscire a “mettermi nei panni di…” e vedere, oltre sé stessi, l’Altro.

Come introdotto, le tecniche possono essere molteplici ed ogni terapeuta porterà la propria creatività. Personalmente utilizzo sia cartoline reperite viaggiando, sia carte provenienti da giochi da tavolo (vedi immagini di copertina dell’attuale articolo, gioco di riferimento: Dixit ed espansioni). L’uso è stabilito dall’individualità del caso.

Concludo con un film e non con delle parole. A voi lascio la risposta emotiva e gli effetti individuali (si noterà che, in questo caso, complice del risultato è anche il genio musicale Ennio Morricone ma, per adesso, consideriamo l’aspetto musicale un capitolo a parte da riprendere, magari, in un altro articolo).

Articolo scritto in memoria del Professor Rodolfo de Bernart.


Dott.ssa Silvia Giarrizzo
, Psicologa – Psicoterapeuta, Mediatrice Familiare

BIBLIOGRAFIA CONSIGLIATA

DE BERNART, R., SENATORE, I., (2011). Cinema e terapia familiare. Il ciclo di vita della famiglia attraverso la cinepresa. FrancoAngeli, Milano.

JUNG C. G., (1979). Prefazione a T.D. Suzuki, ‘La grande liberazione’, in Opere: v. XI, Boringhieri, Torino.

LEPORATTY, C., DE BERNART, R., DE ROSA, R.. Test Immagini d’arte.

MASTRONARDI, V. M, (2005). Filmtherapy. I film che ti aiutano a stare meglio. Armando Editore, Roma.

PRATELLI, P., LOMBARDI, G., LORIMER, C., PARRINI, B., (2009). Immagini per raccontare. Raccontare per immagini, Gruppo Editoriale L’Espresso S.P.A., Roma.

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