Muoio d’invidia!

Muoio d’invidia!

Muoio d’invidia!

Conoscere l’invidia per trarne vantaggio

Secondo un ramo della psicologia, denominato psicologia evoluzionistica, le emozioni umane possono essere considerate risposte all’ambiente che incrementano le possibilità di sopravvivere; al contrario, però, di adattamenti più semplici come il dolore che fa ritrarre la mano da una pentola che scotta, esse sono caratterizzate da maggior complessità. Un chiaro esempio è la paura, se trovo innanzi a me un cane che ringhia, l’emozione che proverò darà il via a cambiamenti fisiologici e cognitivi che mi spingeranno a fuggire o a difendermi e tale scelta dipenderà da un’enorme quantità di valutazioni che il cervello elaborerà in millesimi di secondo.

Come altri tipi di adattamenti, le emozioni possono essere lette e comprese in base al ruolo che hanno giocato, e giocano, all’ interno della lotta per la sopravvivenza. Più un’emozione è stata utile a far sopravvivere un nostro antenato, maggiore è la probabilità che quella emozione sia arrivata fino ai giorni nostri. In altre parole, più gli individui capaci di provare una certa emozione sono sopravvissuti, più è probabile che le loro capacità si siano trasmesse ai pronipoti.

Ormai vi sono numerose prove (Cosmides & Tooby, 2000; Ketelaar & Au, 2003) a supporto dell’ipotesi per cui le emozioni sono adattamenti, evoluzionisticamente determinati, alle richieste dell’ambiente.

Quali emozioni?

Ad oggi gli psicologi suddividono le emozioni in due gruppi, quelle primarie e quelle secondarie o sociali. Le prime sono legate all’attivazione del sistema limbico e sono attivate da segnali provenienti dall’ambiente esterno o interno, le seconde invece sono specificamente legate all’ambiente sociale e regolano il nostro agire all’interno del gruppo. Ne sono esempi il senso di colpa, la vergogna o l’orgoglio. Perché un’emozione sociale emerga è necessario essere in grado di rappresentarsi la mente dell’altro, per tale motivo le emozioni sociali compaiono solo più avanti nello sviluppo, quando un bambino ha circa 3 anni.

Delle emozioni secondarie una in particolare ha ricevuto meno attenzione da parte dei ricercatori: l’invidia. Il motivo, probabilmente, risiede proprio nella sua funzione in termini evoluzionistici.

L’invidia può essere definita come una risposta soggettiva spiacevole conseguente ad un confronto sociale che vede l’altro possedere dei vantaggi in un ambito per noi importante (DelPriore et al., 2012). In altre parole, l’essere umano prova invidia quando nota che un altro essere umano, simile a lui, ha accesso a risorse che scarseggiano. In questa affermazione sono due gli aspetti importanti:

Il primo è che l’altro deve avere delle caratteristiche che lo pongono al pari di chi prova invidia in termini di capacità o possibilità. In un articolo pubblicato su “Frontiers in Psychology”, Ramachandran e Jalal (2017) esemplificano bene questo concetto. Provando a fare un esperimento mentale, chiediamoci se proviamo più invidia verso (A) un nostro vicino di casa che è in tutto simile a noi, ma il cui conto in banca è maggiore del nostro del 50% oppure (B) verso Bill Gates fondatore della Microsoft e uno degli uomini più ricchi al mondo, qual è la risposta?

Secondo i ricercatori, gran parte delle persone sceglierà la risposta A. Perché? Perché il ruolo dell’invida è quello di segnalare e dare la motivazione a prendere provvedimenti per acquisire risorse nella competizione per la sopravvivenza. Bill Gates è troppo ricco, troppo intelligente o troppo fortunato perché il cervello lo consideri un rivale. In quel caso provare invidia sarebbe solo uno spreco di energie e di tempo.

Il secondo aspetto rilevante è la scarsità di risorse. Nella prospettiva evoluzionista gli esseri umani competono continuamente per accedere a beni che gli permettano di sopravvivere e a cui gli altri esseri umani sono interessati (Hill & Buss, 2011). Questa dinamica è ben conosciuta dal marketing e spiega il motivo per cui la probabilità di acquistare un oggetto che ci interessa moderatamente su Amazon aumenta se il sito ci informa che ne sono rimasti solo pochi articoli (Pratkanis & Aronson, 2001). Percepiremo la scarsità della risorsa e sentiremo l’urgenza di farla nostra.

Questa lotta per le risorse non rende gli esseri umani violenti o cattivi di per sé, anzi, la specie umana ha compreso che la cooperazione è la strategia che più assicura la sopravvivenza. Tuttavia, acquisire risorse resta una priorità e quando queste scarseggiano l’essere umano prova emozioni di allarme come l’invidia verso chi le possiede.

Che ne siamo consapevoli o meno ciascuno di noi compete con amici, familiari o rivali per guadagnare l’accesso a risorse necessarie per sopravvivere e riprodursi, siano esse soldi, case o attenzioni da parte degli altri. Questo è vero oggi come lo era per i nostri antenati (Festinger, 1954; Suls & Wheeler, 2000).

La domanda allora è in base a quali criteri un essere umano valuta l’accessibilità alle risorse? I fattori sono sostanzialmente due: la percezione della propria capacità di raggiungerle (abilità, talento) e la percezione delle abilità degli altri individui che le desiderano. Gli esseri umani operano continuamente confronti con gli altri al fine di monitorare il proprio accesso alle risorse, ed è a questo punto che l’invidia entra in gioco.

A cosa serve l’invidia?

Consideriamo il seguente esempio: un collega (rivale simile a noi) riceve una promozione (risorsa limitata) dal capo. Se ritengo che il capo abbia una miglior considerazione del collega e la promozione era un obiettivo a cui anche io aspiravo, è molto probabile che proverò invidia.

Ecco, quindi, che la mia invidia mi informa che sto perdendo l’accesso alle risorse perché un altro individuo è più capace ed è ritenuto più meritevole. Non solo, l’invidia mi fornisce la motivazione a ristabilire l’equilibrio e questo può avvenire in due modi. Il primo è rendermi più attraente o competente agli occhi degli altri, il secondo rendere l’avversario meno competente o attraente agli occhi degli altri.

In conseguenza del primo punto la persona sarà spinta a migliorarsi e a ridurre il divario di abilità con l’avversario attraverso l’acquisizione di competenze. Questo tipo di invidia è definito “invidia benigna” (van de Ven et al., 2009).

Il secondo punto porta, al contrario, a comportamenti denigratori e ad attacchi indiretti verso l’avversario ed è definita “invidia maligna” (van de Ven et al., 2009). Ne sono esempi la diffamazione, la dissimulazione, la svalutazione dei risultati raggiunti dall’altra persona.

In quest’ottica diventa chiaro il motivo per cui molte persone tendono a non dichiarare di provarla. Secondo Hill e Buss (2008), confessare di provare invidia verso un’altra persona avrebbe l’effetto di far sapere agli altri che ci sentiamo meno abili o, addirittura, sconfitti nell’accesso alla risorsa. Inoltre, condividere di provare invidia minerebbe le strategie indirette volte a indebolire l’immagine pubblica del rivale. Se gli altri sanno che provo invidia verso un collega, potrebbero non credere ai miei tentativi di svalutarlo ai loro occhi.

Se da un lato, quindi, l’invidia benigna è ritenuta fondamentale per il miglioramento personale ponendo la persona in una sana dinamica competitiva, dall’altro quella maligna ha effetti negativi sia sulle relazioni sociali che sul benessere psicologico (van de Ven et al., 2016).

Cosa fare per ridurre l’invidia maligna?

Consideriamo questo studio condotto da uno dei maggiori esperti di invidia (van de Ven et al., 2011): a degli studenti è presentata la storia di uno scienziato di grande successo; ad un sotto-gruppo il successo dello scienziato è stato descritto come dovuto all’impegno e al duro lavoro, ad un secondo gruppo come conseguenza delle caratteristiche ereditarie dello scienziato. Successivamente i due gruppi hanno letto un brano riguardante i successi di uno studente loro coetaneo. Ebbene, il gruppo nella prima condizione (accento sull’impegno) ha espresso maggior invidia benigna e maggior intenzione di dedicare tempo allo studio per raggiungere un successo simile a quello del coetaneo rispetto al secondo gruppo. In altre parole, tali soggetti hanno provato invidia e questo li ha spinti a impegnarsi nell’acquisizione di competenze.

Secondo van de Ven, dunque, un antidoto all’invidia maligna è coltivare un atteggiamento mentale che consideri la possibilità di agire per acquisire la risorsa in oggetto. Piuttosto che concentrarsi su ciò che non abbiamo e su come toglierlo a chi lo possiede, è necessario spostare l’attenzione su ciò che è possibile fare per migliorare la propria condizione. Tale strategia è chiamata problem solving e prevede di sviluppare un piano di azione che, passo dopo passo, migliori le nostre abilità utilizzando l’invidia come carburante per mantenere alta la motivazione.

Concludendo, l’invidia è un’emozione umana con una funzione adattiva che, come tale, deve essere accettata e modulata per aprire la strada a migliori condizioni di vita.

Dott. Duccio Baroni – Psicologo, Psicoterapeuta

Bibliografia

Cosmides, L., & Tooby, J. (2000). Evolutionary psychology and the emotions. In M. Lewis & J. M. Haviland-Jones (Eds.) Handbookof emotions (2nd ed.; pp.91-1 15). New York: Guildford Press.

DelPriore, D., Hill, S., & Buss, D. (2012). Envy: Functional specificity and sex-differentiated design features. Personality And Individual Differences53(3), 317-322. doi: 10.1016/j.paid.2012.03.029

Festinger, L. (1954). A Theory of Social Comparison Processes. Human Relations7(2), 117-140. doi: 10.1177/001872675400700202

Hill, S., & Buss, D. (2019). The Evolutionary Psychology of Envy.

Ketelaar, T., & Tung Au, W. (2003). The effects of feelings of guilt on the behaviour of uncooperative individuals in repeated social bargaining games: An affect-as-information interpretation of the role of emotion in social interaction. Cognition And Emotion, 17(3), 429-453. doi: 10.1080/02699930143000662

Ramachandran, V., & Jalal, B. (2017). The Evolutionary Psychology of Envy and Jealousy. Frontiers In Psychology, 8. doi: 10.3389/fpsyg.2017.01619

Suls, J., & Wheeler, L. (2000). Handbook of social comparison.

Van de Ven, N. (2016). Envy and its consequences: Why it is useful to distinguish between benign and malicious envy. Social and Personality Psychology Compass, 106, 337-349. doi: 10.1111/spc3.12253

van de Ven, N. (2016). Envy and Its Consequences: Why It Is Useful to Distinguish between Benign and Malicious Envy. Social And Personality Psychology Compass, 10(6), 337-349. doi: 10.1111/spc3.12253

van de Ven, N., Zeelenberg, M., & Pieters, R. (2009). Leveling up and down: The experiences of benign and malicious envy. Emotion, 9(3), 419-429. doi: 10.1037/a0015669

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