“NON RICONOSCO PIU’ MIO FIGLIO”: UNO SGUARDO VERSO L’ADOLESCENZA

“NON RICONOSCO PIU’ MIO FIGLIO”: UNO SGUARDO VERSO L’ADOLESCENZA

“NON RICONOSCO PIU’ MIO FIGLIO”: UNO SGUARDO VERSO L’ADOLESCENZA

Il ciclo vitale della famiglia inizia parlando di creazione: ad esempio creazione della coppia (di qualsiasi tipo) ed in seguito creazione della famiglia con bambino/i (inclusa la monogenitoriale). Con la crescita dei figli, forse, è più corretto parlare di cambiamenti che di creazioni: questi cambiamenti vedono entrare il figlio nell’età adolescenziale, poi adulta (sia uscendo che rimanendo all’interno della famiglia d’origine), verso una maturazione che porterà ad un’età più avanzata (vedi immagine).  

Come per la creazione della coppia risulta essenziale prendersi cura dei propri rispettivi partners, sentirsi sicuri, protetti, alimentati nel nostro desiderio d’amore, anche nella nascita di un figlio accade più o meno la stessa cosa. Dal “noi due” si passa al “noi tre” (o dal “me” al “noi”, nel caso della monogenitorialità).

Poi succede qualcosa e questo “noi” subisce una specie di battuta d’arresto che mi piace più definire rivisitazione dei ruoli familiari o comunque un cambio di marcia. Il “noi” diventa uno spazio diverso, in cui i figli rivendicano diritti, cominciando ad uscire da una logica di “creazione” all’interno della famiglia per esplorare nuovi mondi al di fuori di essa. Eccoci arrivati alla temuta fase adolescenziale. Il figlio da tempo tenuto per mano comincia a strattonare, a fare degli acuti capricci che hanno perso quella voce bianca caratteristica nella fase infantile. Le porte delle camere si iniziano a chiudere pretendendo una privacy che il genitore fatica a decifrare. Come interpretare quel rap, trap o quei video così veloci in cui si canta, si balla, si fanno le “mossette”? Tik tok. Ma non si chiamava Musically??? “Non ti sto dietro! Non ti capisco! Non so come fare ad entrare nel tuo mondo!”. Perché è quello il punto, l’adulto in qualche modo ci vuole proprio entrare. Ma sono loro, i Ragazzi (R maiuscola come la loro sensazione di crescita) che non vogliono. In questo momento gridano silenziosamente (a volte anche a gran voce): “Stai lì, io devo andare avanti, ma da solo”. Stare lì, fermi. Cosa c’è di più devastante per un genitore? Eppure questa è la richiesta e stavolta il genitore deve per un attimo deporre le armi della creazione ed attendere quella mano che lo stringeva forte da bambino e che adesso deve trovare una nuova presa, la sua. A questo punto è l’adolescente che crea qualcosa di nuovo per se stesso, per definirsi, per rincorrere quelle nuove sensazioni forti e contraddittorie che sono entrate irrompendo nella sua vita.

L’attesa di un genitore non deve mai essere considerata passiva; è forse il momento di attività ed attenzione più ricco ed elevato che mai vivrà. Quello che era da sempre stato sotto controllo e perciò visibile agli occhi dei genitori adesso non lo è più. Per quanti corsi, lavoratori, hobbies si possano trovare, ci sarà sempre un luogo in cui l’adolescente non ci farà entrare ed è indispensabile rispettarlo. Rispetto non significa assenza ma rispetto verso una storia che l’adolescente sta cominciando a costruirsi e che vive nella propria difficoltà d’identificarsi con qualcosa e qualcuno di diverso dalla famiglia. Il dono più grande che si possa fare ad un figlio è mantenere la giusta distanza, la presenza nell’assenza, la severità nella comprensione. Non bisogna avere paura di loro, l’adolescenza non è una malattia.

Come se ne esce? O, per meglio dire, come ci si sta?

Gli spunti sono molti ma nessuno è facile. Non è facile per loro, perché dovrebbe esserlo per noi?

Accettare il caos è sicuramente primario: l’incomprensione è nostra ma è anche loro. Loro non vedono quella che è stata la nostra adolescenza (la radiolina, il gettone telefonico, il muretto, giradischi, gioco della bottiglia) esattamente come noi non vediamo la loro (il ciddì, la pleistéscion, feisbuc, l’àifon, l’emmepitré, lo sballo, scialla, autfit, fescion, trep).Saper vedere questo e magari trasmetterlo all’altro è il primo passo verso una comprensione condivisa.

Andolfi-Mascellani hanno ben chiarito aspetti per comprendere meglio l’adolescenza. Come si accennava poc’anzi, intanto l’adolescenza non è una malattia; per quanto tutto si possa amplificare come prodromico di una bomba sul punto di esplodere anche questa è una fase di crescita e come tale va vissuta.

L’adolescente non è un bambino super-sviluppato: le fasi evolutive sono infatti processi a sé stanti e perciò come non possiamo definire un bambino come un piccolo adulto altrettanto non possiamo fare con un adolescente definendolo bambino cresciuto. L’adolescente vive delle ambivalenze ed ha delle competenze di cui il bambino è sprovvisto. Vero è che esistano dei movimenti regressivi durante questo periodo in cui l’adolescente si prepara al mondo. Movimenti necessari per sentirsi ancora sicuro e protetto dalle figure di riferimento. È in tal caso che il genitore presente ed attento è pronto a sostenere e prendersi cura del figlio.

L’adolescente ha dentro di sé la storia familiare: spesso si tende a sottovalutare questo aspetto; i figli studiano “da una vita”, da sempre, la propria famiglia, ne sono degli esperti.                      

“[…] ciò che il figlio conosce relativamente al passato, e quindi al presente, della sua famiglia non è tanto un insieme di fatti o eventi, bensì il prodotto relazionale che i significati di tali eventi hanno indotto nella sua famiglia” (“Storie di adolescenza, Esperienze di terapia familiare”, M. Andolfi, A. Mascellani, p. 28).

L’adolescenza è l’età dello svincolo ed il bisogno di separazione è tanto forte quanto l’esigenza di appartenere: questi sono i movimenti oscillatori più destabilizzanti per tutti. Ritengo sia fondamentale comprendere che seppur il fine ultimo dell’adolescente sia l’autonomia personale questa non limita l’appartenenza familiare: la modifica, la trasforma. Non si deve incorrere nell’errore di giudicare la separazione come tentativo di allontanamento o, in certi casi, di distruzione.

Seguendo il principio dell’ambivalenza bisogna ricordare che i segnali sia verbali che non verbali degli adolescenti sono spesso contraddittori: nella loro spinta verso l’indipendenza spesso negano i propri bisogni avvertendoli come vulnerabili. I bisogni non vanno ignorati o castrati ma ascoltati. Il bisogno del rapporto o condivisione, per esempio, viene spesso mascherato da un atteggiamento oppositivo. L’ambivalenza è la caratteristica tipica dei giovani.                                                    “[…] se un adolescente dimostra molta sicurezza di sé, per esempio, la prima cosa a cui dovremmo pensare è il suo esatto contrario ovvero l’incertezza; oppure se grida un «no» a qualche richiesta affettiva dei genitori ci si può chiedere quale parte del «sì» stia ricercando e così via” (“Storie di adolescenza, Esperienze di terapia familiare”, M. Andolfi, A. Mascellani, p. 30).

L’importanza del gruppo dei pari non va mai sottovalutata: il gruppo, le amicizie sono il primo passo la realtà al di fuori della famiglia, sono il successivo aggancio relazionale e perciò indispensabile per loro.

Vittorino Andreoli si focalizza su tre aspetti collegati al concetto di metamorfosi e quindi di cambiamento inteso come trasformazione; questa si concretizza in termini di metamorfosi somatica, della personalità e sociale. La prima si riferisce ai cambiamenti corporei ed ormonali che portano l’adolescente che, generalmente, non si piace a mettere in atto accorgimenti di vario tipo (tatuaggi, piercing, cambi di capelli continui etc.); la metamorfosi della personalità si riferisce a quelle trasformazioni dell’Io ed a livello intergenerazionale che portano a vedere la famiglia in modo diverso; la metamorfosi sociale riguarda lo spostamento dalla dimensione familiare al gruppo dei pari, cambia il rapporto con la scuola, i luoghi d’aggregazione ed il modo in cui ci si rapporta con il mondo adulto.

In mezzo a tanta confusione vorrei esprimere un concetto finale: in un mondo in cui la ricerca di perfezione, della riuscita e della bravura la fanno da padrone, è auspicabile se non essenziale il concetto del perdono: perdonare se stessi, perdonare i nostri figli e perdonarsi reciprocamente. Non si fallisce perché non si è compreso qualcosa; questo è quel che va perdonato. Condivisione non significa amicizia con i propri figli; mi piace pensare che si possa parlare di autentica condivisione come prodotto di sforzo, energia, concentrazione, costanza e presenza. Quando c’è la cura, la protezione e soprattutto lo sguardo verso l’altro, si vince sempre. Queste sono le strade prime da percorrere di fianco ai propri figli.

Dott.ssa Silvia Giarrizzo – psicologa, psicoterapeuta, mediatrice familiare

Riferimenti bibliografici

“Storie di adolescenza, Esperienze di terapia familiare”, M. Andolfi, A. Mascellani, Ed. Raffaello Cortina

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