Sos.tata: quali effetti psicologici del reality sui telespettatori?

Sos.tata: quali effetti psicologici del reality sui telespettatori?

Sos.tata: quali effetti psicologici del reality sui telespettatori?

Da quando il reality show SOS.TATA è arrivato anche in Italia, oltre a riscuotere un enorme successo tra le neo mamme (e non solo), ha avuto anche l’indubbio merito di portare sotto la luce dei riflettori il tema della cura del bambino e del benessere familiare.
In breve, per i pochi che non lo conoscessero, il programma televisivo si svolge attraverso una richiesta di aiuto fatta da una famiglia alle tate che il reality mette a disposizione, per gestire meglio dinamiche o problematiche della famiglia stessa. Il reality si svolge attraverso la documentazione dell’intervento della tata (della durata di una settimana) per “raddrizzare le cose” (come spesso la voce narrante del programma suole dire). Nonostante la richiesta di aiuto fatta da uno o entrambi i genitori sia spesso di natura pratica (“Non riesco più a gestire i miei figli”, “La situazione mi è sfuggita di mano”, “Vorrei sapere dove sbaglio”), l’intervento della tata in questione va spesso oltre i semplici consigli di natura comportamentale, ma pone attenzione anche agli aspetti relazionali e emotivi della famiglia stessa. In questo senso il format del programma ha mostrato l’indubbio pregio del riconsiderare la cura dei figli non solo in termini fisici (di salute) e pratici (igiene, alimentazione, ecc.) ma anche e soprattutto in termini psicologici, analizzando aspetti quali la qualità del tempo passato insieme più che quantità,la comunicazione efficace, il contatto corporeo ed i segnali non verbali tra genitori e figli.

Al di là di questi meriti, come tutti i programmi televisivi a disposizione del grande pubblico, anche SOS.TATA non è stata esente da polemiche. Queste soprattutto nei confronti di una delle educatrici, Tata Lucia, che l’anno scorso è stata aspramente criticata da un gruppo di pediatri italiani che si sono addirittura rivolti al Garante per la protezione dell’infanzia e dell’adolescenza Vincenzo Spadafora per chiedere di fermare “l’esposizione di bambini nei reality show a situazioni umilianti e diseducative”. A scatenare la reazione dei medici la puntata andata in onda il 14 settembre 2013 in cui un bimbo di un anno “veniva lasciato piangere solo nel suo lettino, chiuso in camera, perché si addormentasse. Il bimbo aggrappato alle sbarre del letto gridava, sudato, disperato, terrorizzato, con la telecamera puntata su di lui per vari minuti”.
Al di là dello specifico episodio, è indubbio che spesso le tate coinvolte nel reality si arrogano il diritto di suggerire interventi o inquadrare problematiche anche al di là della possibilità che la famiglia ha di poterle gestire o elaborare dopo la conclusione della fatidica settimana di convivenza con la tata. C’è sicuramente da considerare che il lavoro con la famiglia vada molto oltre a quello che viene visto in tv (come la stessa tata Lucia ha detto in risposta ai pediatri che l’avevano criticata) e che probabilmente i genitori ed i figli siano seguiti con un’intensità maggiore di quella che si possa immaginare guardando il programma.
Ma a questo punto c’è anche da chiedersi quali sono gli effetti che SOS.TATA può avere sul pubblico a casa, in quanto il programma – per i contenuti stessi che porta – si presta ad avere aspetti educativi (o diseducativi?) ben più importanti di altri reality show.

Guardando e riguardando le puntate, quello che salta subito all’occhio è l’idea che un’estranea – per quanto “professionalmente preparata” – possa “riportare la normalità” in famiglie totalmente in balia di piccole pesti tiranniche. Le espressioni verbali e non verbali usate dalle tate coinvolte nel programma tendono a rimandare l’idea che saranno loro a sistemare le cose (“Vi rimetterò in piedi”, “Ora ci sono io con voi”, “Dobbiamo andare verso una gestione un po’ più normale”). In definitiva la tata – come se bevesse un bicchier d’acqua – in 7 giorni sistema situazioni familiari che per mesi sono state assolutamente mal gestite dai genitori, e questo messaggio viene sia sottolineato dalla voce narrante del programma durante la fase di “osservazione iniziale” della famiglia (“Questo è un errore gravissimo”, “La figlia maggiore è trasparente”, “L’atmosfera familiare è del tutto sbagliata”, “Il bambino è lasciato a se stesso”) sia apertamente comunicato nel momento della “restituzione” ai genitori (“Il problema siete voi”, “Vostro figlio viene costantemente sfruttato da voi”, “Quella che ha l’ansia sei tu”, “Hai delle grandi difficoltà”). In conclusione – anche considerando che queste stesse parole vengano contestualizzate in colloqui ben più ampi ed approfonditi rispetto ai brevi stralci mandati in onda nella singola puntata – il rischio, a mio avviso, è quello di indurre nelle madri ed nei padri spettatori (che seguendo il programma potrebbero anche rivedersi nelle stesse dinamiche familiari) un senso di inadeguatezza enorme, una scarsa auto-efficacia genitoriale e un giudizio gravemente critico delle proprie incapacità le quali, tra l’altro, potrebbero essere rapidamente implementate con nuove banali regole gestionali.

Approfitto del nostro blog per porvi questa tematica che mi pare interessante, per discuterne con voi, se vorrete, e per confrontarci in merito…che è un po’ lo scopo della nuova sezione del sito del nostro Centro e che mi auguro apprezzerete e sfrutterete.

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